Mutamento di sesso e diritto dell’Unione Europea: La sentenza Mirin (C-4/23) della Corte di Giustizia

Indice

1. Un nuovo tassello per la libera circolazione delle identità

Con la sentenza Mirin del 4 ottobre 2024, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) interviene nuovamente sul tema della libera circolazione delle persone, aggiungendo un importante tassello al riconoscimento reciproco degli status personali tra gli Stati membri.

Dopo le sentenze Coman (2018) e Pancharevo (2021), che avevano affrontato il riconoscimento dello status di partner omosessuale e di figlio con genitori dello stesso sesso, la Corte si pronuncia ora sul riconoscimento dell’identità di genere affermata in un altro Stato membro.

Il caso riguarda un cittadino rumeno che, dopo aver ottenuto il riconoscimento del proprio genere maschile nel Regno Unito, si è visto negare tale riconoscimento in Romania, dove la legge prevede un procedimento giudiziario per la rettificazione anagrafica. La Corte, richiamando l’importanza della cittadinanza europea e la libertà di circolazione (art. 21 TFUE e 45 Carta dei diritti fondamentali), ha stabilito che il rifiuto delle autorità rumene ostacola l’esercizio di tali libertà.

2. Cittadinanza europea e libera circolazione delle persone trans

La sentenza Mirin affronta per la prima volta la questione dell’identità di genere non in relazione a profili di discriminazione, ma in relazione al diritto all’identità personale e alla sua libera circolazione nell’Unione.

La Corte, richiamando la giurisprudenza in materia di circolazione del diritto al nome, sottolinea come il genere definisca l’identità e lo status personale di una persona. Negare il riconoscimento dell’identità di genere acquisita in un altro Stato membro comporta seri inconvenienti di ordine amministrativo, professionale e privato, costringendo la persona a continue dimostrazioni della propria identità

3. Il diritto all'identità di genere e la tutela della vita privata

La Corte, nel valutare la giustificazione del rifiuto opposto dalle autorità rumene, richiama l’articolo 7 della Carta dei diritti fondamentali, che tutela il diritto al rispetto della vita privata. Interpretando tale articolo alla luce dell’articolo 8 CEDU e della giurisprudenza della Corte di Strasburgo, la CGUE ribadisce che l’identità di genere è un elemento costitutivo della vita privata e che gli Stati hanno l’obbligo di garantire un procedimento chiaro e accessibile per il riconoscimento giuridico dell’identità di genere.

La sentenza Mirin rappresenta un importante passo avanti nella tutela dei diritti delle persone trans nell’Unione Europea, affermando il diritto al riconoscimento della propria identità di genere in tutti gli Stati membri. La Corte, pur muovendo dalla libera circolazione delle persone, apre la strada a una più ampia riflessione sul diritto all’identità personale e alla sua proiezione nello spazio pubblico europeo.

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